Domenica 20 maggio 2012
 
L'opinione di
RAFFAELE AURIEMMA

"Jesce sole" quando gioca il Pocho

(dal Corriere del Mezzogiorno)

Eppure avevamo il miglior contropiede d'Europa. Sparito, proprio in quella che doveva essere la domenica della sua massima esaltazione. Il Milan era reduce dalla sconfitta in casa della Lazio, non poteva permettersi altri passi falsi e aspettava il Napoli, distratto dalle Coppe, per recuperare punti e terreno dalla Juve capolista. Già te la immagini quella partita: il Diavolo che prova a incornare, che ti toglie il fiato, ti schiaccia là dietro, e tu che devi approfittare dell'occasione buona, probabilmente l'unica, per colpirlo utilizzando gli spazi larghi. Chissà quante volte Mazzarri avrà ripensato all'andamento del match, strofinandosi le mani al pensiero di disporre degli attaccanti più bravi in "campo aperto". Arricchire il palmares dei tabù infranti, aggiungendo anche quello di una clamorosa vittoria in casa del Milan, per il pretesto per ottenere tre punti pesanti. Stava andando tutto come da programma e Ibra gli aveva dato pure una mano, la destra, quella che ha colpito Aronica in pieno volto, per centrare l'ambizioso obiettivo immaginato alla vigilia. Loro in dieci uomini, privi dell'attaccante più incisivo di tutta la serie A, mentre il Napoli era messo per il meglio, grazie anche alla disponibilità di tutto l'organico. È fatta, no? No, eppure avevamo il contropiede più temuto d'Europa.

Diciamo che è stata colpa del freddo, se il Napoli invece di esaltarsi negli spazi lasciati vuoti dal Milan sbilanciato in avanti, si è rattrappito, accartocciandosi su se stesso, privo dello slancio che doveva diventare azione-gol decisiva per sferrare il colpo del ko. «Prima o poi arriverà il contropiede giusto», Mazzarri rimuginava in silenzio davanti alla panchina. Stretto nel paltò scuro, con quei guanti scozzesi prestatigli chissà da chi, proteggeva se stesso dal gelo meneghino, mentre la sua squadra si difendeva dagli assalti disperati del Milan menomato. Pregustava il momento del vantaggio, di una vittoria che avrebbe riportato il sereno nel tifo in subbuglio. Guardava il campo, ma l'occhio cadeva soprattutto su Lavezzi. Osservava i movimenti del Pocho e pregava che anche solo per una volta sfoderasse una fuga inarrestabile delle sue. Niente.

Nemmeno uno squillo, un guizzo, un lancio, un tiro, qualcosa che fosse degna di Lavezzi. Quando non gira, si ferma tutto. La conferma ulteriore di quanto il Napoli dipenda da lui: quando non c'è, lo rimpiangi; quando c'è e non è in giornata, lo rimpiangi anche di più. Dicono che non abbia ancora recuperato la forma migliore dopo l'infortunio muscolare che lo ha tenuto fuori un mese. Eppure quella elongazione risale al 18 dicembre, quasi due mesi fa, con 10 giorni trascorsi sulle spiagge uruguaiane. Meglio prendersela con il clima polare del Meazza, oppure con la nostalgia del sole sudamericano, se il Pocho ha caratterizzato la sua prestazione con palloni persi, poche accelerazioni degne della sua fama, se non ha passato la palla al compagno libero di andare al tiro, se non ha inciso come i tifosi si auguravano, seduti a tavola pregandolo davanti alla tv? Mettiamola così, l'allerta meteo ha paralizzato le strade d'Italia e pure l'ultima (forse) rincorsa del Napoli alla zona Champions, per uno 0-0 gradito solo alle due dirigenze che avrebbero voluto rinviare la sfida. È previsto ghiaccio anche giovedì sera a Siena, in quella che i calciatori azzurri considerano l'appuntamento decisivo della stagione. Ma non ditelo a Lavezzi, che domenica sera ha preferito sfuggire al freddo di Milano dove ieri sera doveva partecipare a una cena di beneficenza. Jesce sole, se no il Pocho non si accende…

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